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Articolo Messaggero Veneto 17 nov 2008

«Api decimate dove c'è il mais»
Messaggero Veneto - 17 novembre 2008 pagina 08 sezione: SPECIALI
UDINE. Il problema legato alla difesa delle api dalle varie minacce ambientali continua a far discutere anche nel Friuli Venezia Giulia. Oggi prendono la parola Franco Frilli e Moreno Greatti, del Laboratorio apistico regionale - Università di Udine, che ci hanno inviato le riflessioni che pubblichiamo. «Anche in questo quotidiano più volte è stato affrontato nelle settimane passate il problema della moria delle api che continua a interessare tutto il continente e non solo; la complessità del fenomeno, però, ci ha fatto leggere anche interventi che evidenziavano prese di posizione di parte, dovute all’enfatizzazione di qualche aspetto noto all’articolista o lettore unita però alla evidente “non-conoscenza” di altri. Ci sia concesso di intervenire con l’unico scopo di tentare di fare chiarezza sulla complessità del tema, portando qualche informazione, frutto anche di nostre osservazioni. Crediamo che nessuno possa negare che le api - come tutti gli organismi viventi - risentono non solo delle conseguenze dovute a malattie tipiche della specie, ma anche dell’influenza dell’ambiente in cui vivono. Nessuno nega che parassitosi e malattie dell’ape domestica possono causare mortalità anche rilevanti negli alveari (e quindi richiedono una cura attenta da parte dell’apicoltore che deve tenersi costantemente aggiornato), ma non si possono assolvere a priori gli altri attori e gli interventi della moderna agricoltura, senza aver ben valutato ciò che essi immettono nell’ambiente, nel quale l’uomo e le api vivono e operano. Quanto al primo aspetto, anche la sola presenza dell’acaro Varroa negli alveari esige non pochi interventi mirati da parte dell’apicoltore. Il rischio continuo dell’insorgere di ceppi resistenti agli acaricidi pone seri problemi nel controllo della parassitosi. Ad essi si aggiungono i danni che talvolta possono derivare dalle infezioni virali indotte dal parassita che interferiscono negativamente con la vitalità della colonia. In ogni caso, eventuali morie di api da mettere in relazione alla Varroa compaiono di norma negli alveari al termine dell’estate e in autunno-inverno. Tutti i giornali, anche non specialistici, poi, hanno trattato di recente dei problemi, sollevati a livello internazionale, legati all’uso di alcune sostanze chimiche (neonicotinoidi e fipronil) impiegate nella concia delle sementi (mais, barbabietola, girasole) al fine di proteggere in partenza, da nemici temibili e diffusi, i semi e le piantine che da essi derivano. Purtroppo, in concomitanza con le semine di mais, sia nella nostra regione sia in altre, gli apicoltori da anni costantemente registrano pesanti perdite di api. Di fronte a tale mortalità si sono mosse le associazioni apistiche a livello locale e nazionale, nonchè i centri di ricerca presenti sul territorio. Seguendo l’esempio di altri governi nazionali o regionali (come Francia, Germania, Slovenia), anche il nostro Paese nel settembre scorso ha decretato il divieto di uso di tali prodotti quali “concianti” dei semi. Il sollevarsi delle ditte produttrici di tali sostanze chimiche, delle ditte sementiere e di quelle che hanno in magazzino partite di seme di qualità già conciato era prevedibile, ma esso - per onestà e pari dignità, si dice oggi! - non può non confrontarsi con i dati documentati provenienti anche dal settore apistico. Quanto al fatto che i semi di mais pretrattati con l’insetticida non creerebbero problemi alle api - abbiamo letto addirittura su un quotidiano nazionale l’articolo di Franco Battaglia: «La leggenda delle api uccise dai pesticidi» (Il Giornale, 22.9.2008), come se fosse un’invenzione dei naturalisti! - vorremmo segnalare che non si può ignorare che all’origine della mortalità delle api nei territori vocati alla maiscoltura sta il problema della semina fatta con seminatrici pneumatiche moderne. L’idea buona di interrare completamente l’antiparassitario con il seme si scontra con i progressi della meccanica agraria. Le seminatrici attuali, infatti, per funzionare devono espellere grossi volumi d’aria che è stata a contatto con la polvere che si forma all’interno dei contenitori ove si trovano i semi trattati. L’aria inevitabilmente si inquina e viene diffusa nell’ambiente circostante, andando poi a ricadere sulle piante e sui fiori spontanei e coltivati che vengono visitati dalle api. Da qui l’avvelenamento delle api bottinatrici. Studi ormai “datati” di qualche anno - e che quindi per gli interessati dovrebbero essere disponibili da tempo - hanno palesemente messo in evidenza una significativa fuoriuscita di insetticida dalle seminatrici pneumatiche; si evidenzia che queste ricerche sono state eseguite non solo presso l’Università di Udine, ma anche dalla Bayer stessa (la multinazionale che produce buona parte dei nicotinoidi utilizzati per la concia dei semi). Ma come mai non ci si chiede serenamente del perchè nelle zone a mais le mortalità più gravi di api si verificano proprio nei giorni successivi alla semina di questa coltura? Non ci si può nascondere dietro l’evidenza invocando presunte carenze di elenchi di analisi chimiche burocraticamente certificate! Ma, oltre alle citate perdite del patrimonio apistico, non si possono scordare gli effetti che le dosi subletali di questi antiparassitari (anche questi supportati da studi scientifici) hanno sulle api: esse non uccidono le api, ma fanno perdere loro l’orientamento - e quindi la capacità di rientrare nell’alveare - oppure impediscono loro di comunicare in modo corretto con le sorelle. E’ facile comprendere come la mancata comunicazione all’interno della famiglia possa avere conseguenze catastrofiche sull’impollinazione delle colture e sulla produzione di miele. Ci permettiamo di ricordare anche un’indagine condotta dal Laboratorio apistico regionale del Fvg che ha interessato nel 2008 circa il 50% degli alveari presenti nelle aree maidicole della provincia di Udine: essa ha posto in evidenza come, in corrispondenza della semina del mais, siano stati rilevati spopolamenti degli alveari e mortalità su circa il 72% delle colonie soggette a indagine. Danni simili erano già stati rilevati anche nel 2007 e nel 2006. Infine, non sarà superfluo ricordare anche un ulteriore aspetto che forse può creare equivoci fra gli addetti ai lavori delle due parti. Quando si parla di “mortalità” non necessariamente si allude alla morte dell’intera famiglia di api; va comunque evidenziato che la scomparsa di migliaia e migliaia di api bottinatrici nel momento della raccolta del nettare e del polline sui fiori induce collassi nella forza dell’alveare, con gravi conseguenze sulla vitalità della famiglia e sulla produzione di miele e di altri prodotti apistici».